Antonio Oleari

Writer & Photographer
    
Location: Milano
Nationality: Italian
Biography: Antonio Oleari  is a writer and photographer based in Milan. He studied literature and he was a radio speaker and music journalist. For years he has been involved in the international music scene: he has published essays, biographies and... read on
Public Story
Le dissi ti amo e me ne andai
Credits: antonio oleari
Date of Work: 12/16/19 - 12/16/19
Updated: 12/17/19
Archived as: 


Pubblicato per la prima volta su Futura - Corriere della Sera il 06/12/2019
Illustrazione di Napal Naps

L'università ci aveva già irrimediabilmente divisi, ma quella sera ci comportammo ancora da compagni di liceo. Se non ricordo male avevamo scelto quella pizzeria perché la proprietaria era la nuova fidanzata di Laura, che quella sera esagerò con gli amari e con le battute oscene. Eravamo in tanti, la tavolata era lunga e rumorosa, le memorie di scuola ancora vivissime, la nostalgia lontana. Seduta di fronte a me, lei rideva.

In meno di un anno di economia e commercio la sua vita, già così diversa dalla mia, si era ingrossata in un torrente di esperienze nuove, conoscenze giuste, weekend, aperitivi. Eppure nella sua voce, forse sbagliando, io trovavo ancora spazio per qualcosa di simile a me. La trattai con l'aria del ragazzo un po' più serio, prendendo in giro le sue vanità, rimproverandole il vizio del fumo. Accompagnami, disse con la sigaretta tra le dita e l'accendino nel pugno. Restammo io e lei sul marciapiede.

Tenevo le mani in tasca, al di là del vetro vedevo gli altri che attaccavano il dessert. Era la ragazza di cui ero innamorato dalla quinta ginnasio e per la quale ero stato «il miglior amico di scuola che potessi desiderare», mi aveva scritto in un sms la sera prima della maturità. Adesso non saprei dire come fosse possibile, ma fino a quel momento non avevo mai pensato davvero al fatto che potesse sparire dalla mia vita, che quel desiderio incontenibile e inespresso di lei potesse dissolversi non tanto di fronte a un suo rifiuto quanto nel semplice non vedersi e sentirsi più.

Così, mentre la guardavo fumare a braccia conserte, decisi che la sera successiva l’avrei raggiunta in discoteca e le avrei detto che l’amavo.

Temevo di non avere altre occasioni per stupirla e lessi come un segno del destino il fatto di averla sentita aggiornare un'amica al telefono sul suo sabato sera a Milano. Ventiquattro ore dopo ero in camera mia in pigiama che mi dicevo: non sei obbligato a fare quello che stai per fare. Già, nessuno me lo stava imponendo, ma io intanto mi mettevo i jeans, sistemavo il colletto della camicia e prendevo in prestito da mio fratello un giubbotto di pelle marrone. Partii da casa alle undici. Oggi vorrei tornare nei miei panni d'allora per capire con esattezza quali fossero le mie speranze, come immaginavo il mattino dopo. L'ora di arrivo segnata sul navigatore mi preoccupò: sarei arrivato con troppo anticipo, rischiavo di non trovarla o, peggio, di fare la figura dell'imbranato.

Parcheggiai dalle parti di Piazzale Corvetto e aspettai lì per almeno mezz'ora, forse di più. È di quel lasso di tempo che ho i ricordi più precisi. Alla radio nessuno diceva una parola e io ero così impegnato nell'immaginare quello che mi sarebbe potuto accadere da non accorgermi che la macchina si stava muovendo in avanti. La botta fu quasi impalpabile ma la lessi come un cattivo presagio e il sangue mi salì alla testa nel vedere la targa incurvata. Di nuovo seduto, la camicia umida di sudore, cambiai stazione radio: Vasco Rossi. Lo odiavo, ma era il suo preferito: con i segni premonitori mi sembrò di andare in pari. Anzi, decisi di ascoltare fino in fondo.

Ripeté così tante volte che andava bene così, senza parole, che mi convinsi di una cosa: non dovevo dire altro. Ti amo punto. E aspettare lei.

Ti amo come una risposta pronunciata in Chiesa o una formula che guarisce, come una regola, ti amo come una liberazione dall'amore non detto. All'ora giusta misi in moto e feci gli ultimi chilometri. Le case sparivano e la strada si stringeva, i fari illuminavano muri di cinta e fronde di alberi finché iniziarono a rifrangere contro le pettorine arancio di decine di posteggiatori che fischiavano e facevano segni. Diedi retta a uno che mi fece parcheggiare in mezzo all'erba umida e mi chiese cinque euro, eravamo su un campo, nel buio rotto dai fasci di luce delle auto avvertivo la smania e l'inquietudine che precedono il divertimento, il vociare, qualche bestemmia, risate di ragazza.

Era mezzanotte e mezza. Aspettai il mio turno in fila. Faccio fatica a ricordare con precisione se quella fosse o meno la prima volta che entravo in una discoteca. Di sicuro sapevo come funzionavano le cose, sapevo che di lì a poco mi avrebbero chiesto con chi ero, se stavo su una lista e cose di questo genere. Per questo preparai in anticipo la mia versione dei fatti che esposi con molta calma a un ragazzo ben vestito: mia sorella non ha le chiavi di casa, se posso entrare a cercarla gliele lascio e poi esco subito, ok? Il movimento delle sue labbra mi fece intendere che questo genere di balla doveva essere all'ordine del giorno.

Quando capì che non avrei mollato facilmente mi affidò a un buttafuori. Furono trattative lunghe, arrivai a supplicarlo, lui mi teneva la sua mano enorme sulla spalla e mi ripeteva lapidario che non se ne faceva niente.

Poi, non ho presente come, cedette: mi dava quindici minuti per fare tutto, altrimenti sarebbe venuto lui stesso a cercarmi e a farmela pagare. Che quarto d'ora fu quello. Immerso in quel mare di corpi ondeggianti, sapendo di avere poco ossigeno a disposizione, mi misi a cercarla così animatamente da scordarmi perché ero lì e perdere di vista le parole - due, precise - che avrei dovuto pronunciare. Mentre mi facevo largo nei corridoi e tra i divani sopra cui si ballava pensai all'illusione che mi aveva portato a credere che io, dentro un locale come quello, comparso all'improvviso, potessi essere in grado di farle provare qualcosa di diverso da quello che - ormai lo sapevo - provava da tempo per me. Ricordai le ore notturne in un corridoio di hotel ad Atene spese sopra quei discorsi importanti da diciottenni, il suo fiutare la mia cotta e tutta quella bravura a convincermi che l'amore vero era un'altra cosa.

Mi domandai, nel frastuono, se davvero ci sia del valore nell'amare per troppo tempo chi non ci ama, cercare un po' di autostima in quell'ostinazione e compiacersi dell'ipotesi che prima o poi, però, possa cambiare idea su di noi. A distanza di anni rido della risposta e provo tenerezza nel rivedermi in quella confusione assordante mentre guardo per l'ennesima volta l'orologio, faccio due calcoli e mi dico che devo tornare all'ingresso se non voglio problemi. Quella decisione fu una specie di sollievo: fuori di lì, sulla mia auto, poi a casa e nel letto. Il giorno dopo la vita sarebbe ripartita da un pericolo scampato e, forse, da un senso di decenza conservato.

Invece la vidi e un secondo dopo lei vide me, mi raggiunse accompagnata da un'amica e mi gettò le braccia al collo. La portai in disparte e glielo dissi nell'orecchio, riconoscendo per un attimo quel profumo di zucchero che aveva anche a scuola il sabato mattina. Poi le misi in mano un foglietto su cui, in macchina, avevo scritto quelle sei parole di Vasco Rossi. A quel punto ebbi la percezione che le orecchie mi si stappassero e che la musica ad alto volume mi ferisse così violentemente da lasciarmi con un pizzicore alla lingua. Chiusi gli occhi, poi la scorsi un passo indietro a dove l'avevo lasciata: mi guardava disperata, come chi in un istante e senza preavviso deve salutare per sempre una persona cara. Pensai di chiederle scusa, feci mezzo passo in avanti ma lei si voltò e scappò via. L'ultimo ricordo è della vetrata alle mie spalle, il riflesso delle luci e la vista di alcune fiaccole accese nel giardino esterno.

Cosa dissi all'amica, disorientata e immobile in mezzo alla sala; come raggiunsi l'uscita; quello che ordinai all'autogrill di Cinisello nord; le parole che al mattino pensai di scriverle e che per fortuna non scrissi. Niente del dopo è rimasto. L'amore era detto, sollevato, libero di spegnersi. Adesso che ci penso non vedo una sconfitta, ma è come se risalissi ai primi versi, cancellati, di una poesia ben riuscita: quelli che nessuno leggerà, ma pur sempre i primi.
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